da: http://fronteliberazionedesigner.tumblr.com/post/42507924593/torretta-del-design-castello-del-valentino

 

 

 

torretta del design, castello del valentinotorino. raggiungere luigi bistagnino– ginobista – e accedere al suo studio-libreria-presbiterio che domina sutorino sembra un percorso di purificazione, una via crucis per l’espiazione di tutti i peccati che il progettista possa commettere: telefono a rotella, porte criptate da telefoni a rotella, ascensori poco più grandi di un telefono a rotella, scale buie. a rotella. 

l’arduo percorso porta all’oracolo della new wave del design. saggio ed estremo, ginobista, alla nostra prima non-domanda, si rivela a noi. un fiume in piena.

sono luigi bistagnino, professore universitario a tempo pieno di design e, visto che percepisco uno stipendio derivante dalle tasse di tutti, credo che la mia finalità sia quella di dare un servizio alla società. questo significa fare ricerca, dare agli studenti una metodologia di approccio alle problematiche e far sì che l’università sia un laboratorio formativo dei giovani. credo fortemente nell’istruzione, poiché solo grazie a questa si potrà intervenire sulla società al fine di trasformarla e farla progredire intellettualmente (non economicamente). il lavoro formativo è importantissimo, anche se avrà effetto sulla società tra non prima di vent’anni.
io insegno ad avere testa, occhi ed orecchie abituati a recepire bene.
in italia fino agli anni 70 si era “felici” , benchè le possibilità economiche della maggior parte della gente fossero inferiori a quelle attuali. la differenza, secondo me, stava nel fatto che le persone in quegli anni si sentissero parte di una società e che perciò instaurassero delle relazioni molto forti. oggi invece prevale l’egoismo, siamo arrivati ad un “tutti contro tutti”. abbiamo più denaro, ma meno felicità. il desiderio di alcuni oggetti, che nella società attuale determina il proprio status (tu sei quello che possiedi)ha portato, piano piano, alla negazione delle relazioni. l’unica via di salvezza è nel mondo giovanile in cui il grande valore consiste ancora nelle relazioni. stando in mezzo agli studenti io vedo che i giovani non sono tristi, c’è felicità, seppur senza mezzi. l’obiettivo non è più l’automobile, non interessa più a nessuno possederne una. i giovani si divertono anche se ci sono meno soldi. hanno più gioia, perché hanno più relazioni.

quindi più che della crisi economica ci dovremmo preoccupare della crisi delle relazioni sociali?

sì, perché quando si entra nel mondo del lavoro, le priorità diventano subito altre e si perdono di vista gli obiettivi reali dell’uomo. ma il mondo della ricerca del denaro è da abbandonare, a favore di quello delle relazioni. come il vostro pensiero manuale, no? magari ora non vi dà da mangiare, però vi dà la possibilità di essere in contatto con altre persone. prendete l’open source, ad esempio: noi (il politecnico di torino, ndr), anni fa, avevamo interpellato le grandi aziende di software, dicendo loro: “se ci date il software gratis, noi ve lo testiamo”. questi ci hanno guardati e ci hanno risposto “siete scemi”. e invece gli scemi erano loro perchè avrebbero potuto relazionarsi con gli studenti, che sono degli utenti molto esperti. avrebbero avuto migliaia di sviluppatori, gratis. Al loro “no” noi abbiamo risposto: “benissimo. open!”. ora l’open source sta crescendo e sta diventando un sistema molto diffuso che riesce comunque a produrre economia. questa idea di relazione, completamente diversa da quella precedente, soppianterà questo tipo di società e ne creerà una nuova, migliore. c’è una filiera di comando vecchia. quelli che io chiamo “decisori” sbagliano, in quanto cercano di essere coerenti con quanto è stato loro insegnato all’epoca della loro formazione.

i “decisori” sono obsoleti, insomma. come cambiare prospettiva?

io per esempio gestisco il corso di ecodesign in modalità boss-less, senza capo: gli studenti si riuniscono in gruppi autonomi e io non guardo più le presenze. ho definito i criteri e ho assegnato gli obiettivi e il gruppo si autoregola, si autogestisce, stabilisce il proprio leader, regola il lavoro. io non voglio più arrivare a fine anno e dire: “tu hai lavorato tot e meriti questo voto”. No. io voglio andare dal referente del gruppo e dirgli: “tu sei il referente. quale voto credete di meritare?” questo perchè devo insegnare agli studenti a stare nel mondo del lavoro, ad imparare ad avere la capacità di essere responsabile, ad essere in grado di chiedere la giusta retribuzione per il lavoro svolto. il voto non è altro che una sorta di pagamento per lo studente, no?

l’idea di lavorare in team autogestiti renderebbe il lavoro più stimolante per tutti.

più stimolante e più gratificante. è una tendenza mondiale, infatti. ci sono industrie intere, come la gore-tex®, che sono boss-less. ci sono un capo, un amministratore delegato, eccetera che pongono gli obiettivi, ma non ci sono dirigenti. i lavoratori si organizzano in relazione ai lavori da svolgere. ne esistono molte di queste realtà che dimostrano come si possa eliminare ciò che non va nella nostra società, ma se non ci si stacca mai dalla seggiola, si pensa in modo datato e quindi non si capiscono gli strumenti di oggi.
io non insegno ad utilizzare le nuove tecnologie, sarebbe assurdo! (ride) ciò che mi preme insegnare agli studenti è il processo sistemico, in cui l’output di un’azienda diviene l’input dell’altra.

il famoso design sistemico, croce e delizia del politecnico di torino.

vedete, il design sistemico esprime l’importanza del rapporto relazionale: sia il prodotto che crei, che quello che non usi assumono lo stesso valore. il tuooutput diventa la mia risorsa. oggi nel mondo industriale questa visione non esiste! oggi ci sono prodotti e scarti. l’economia attuale, che io chiamo lineare, per non saturare mai il mercato, produce prodotti nuovi ma già obsoleti. questa è la tecnica dell’obsolescenza programmata. il vero utente finale di questo tipo di economia è le discarica. dovete sapere che qualunque prodotto, dall’automobile ai cellulari, è composto dal 70/80% di componenti che erano già presenti nell’edizione precedente dello stesso prodotto. è come se comprassimo solo il 20% nuovo!
da qui nasce il design per componenti, che non è altro che un sistema integrato di parti che, messe insieme, svolgono funzioni diverse. è un sistema aperto di relazione tra flussi di materia e di energia. si parla sempre di relazioni, vedete. come quelle che creano interconnessione tra le persone e quindi felicità.
oggi l’economia si basa sul singolo prodotto, mentre nel design sistemico e in quello per componenti la forza è nelle relazioni. nel mercato attuale devi far affermare il tuo prodotto, tutto si basa sulla competitività: “io sfondo il mercato, vinco sulla concorrenza, elimino la concorrenza!”. sentite che terribile terminologia bellica? mors tua vita mea. nell’approccio relazionale c’è un rapporto collaborativo e il tipo di economia che ne deriva è molto più forte perchè tesse relazioni vicine: se hai una morosa a new york e tu sei qui, la storia non funziona, chiaro no? tessere relazioni locali è vantaggioso perchè si possono conoscere molto bene i propri collaboratori e perchè il rispetto del territorio è nell’interesse di entrambi. questo determina un tipo di regolamentazione autonoma, in continua evoluzione e miglioramento. come dice il proverbio: “non mettere mai i piedi nel piatto in cui mangi”. vivere il territorio contribuisce a rendere felici, ed è anche un modo per evitarne la sua prostituzione. comprare il sesso, ovvero usare i propri soldi per soddisfare una propria incapacità, è come mangiare le fragole a gennaio: si usano i soldi per pagare un contadino schiavizzato dall’altra parte del mondo. la logistica, in questo caso, fa la parte del magnaccia che procura le fragole sfruttando il contadino e trasportandole all’acquirente che le compra a caro prezzo. se non è sfruttamento questo! il valore non è nel denaro, ma nelle relazioni che riesci a tessere con gli altri individui.

quindi le relazioni e la collaborazione sono il nuovo mantra delle politiche aziendali?

ma certo! conoscete arduino? lo fanno a torino. con arduino è cambiata la logica di fare prodotti perchè si guarda al processo produttivo in modo completamente nuovo. hanno capito che, all’interno degli apparecchi elettronici che utilizziamo normalmente, ci sono dei chip in grado di svolgere migliaia di funzioni, ma che in quei determinati apparecchi assolvono solamente ad una delle possibili. si sprecano così migliaia di possibilità.arduino è una base di partenza con infinite possibilità attraverso la quale ognuno può arrivare a sviluppare ciò di cui necessita. un solo componente che apre un intero mondo. non è vincolato ad unico utilizzo, ma è “aperto”. è la teoria dell’open source, in cui nessuno è padrone e tutti sono fruitori.
sta in questo la differenza con l’industria passata, che si basava sul brevetto. il signor bic – è nato a torino, lo sapevate? all’angolo tra corso umberto ecorso somellier c’è una targa che dice “qua è nato bic” – ha campato una vita su un solo brevetto. ma all’epoca l’industria era basata su quel sistema. oggi la via è il creative commons, la condivisione. il mondo del creative commonssfama parecchi giovani lungimiranti, anche se non li fa comparire tra gli occupati perchè non hanno un posto fisso. ma per un giovane il posto fisso è l’ultimo dei problemi: contano le relazioni, le esperienze, capire nuove cose ed entrare in rapporto con tutti. lo stesso facebook si basa su questo: unnetwork che mette in relazione le persone. sarò ripetitivo, ma questa è la base del futuro.

in questo futuro, allora, qual’è il ruolo del designer?

il designer non sarà più la figura tradizionale di colui che disegna un prodotto per una grande distribuzione, ma si occuperà di produrre piccole serie di prodotti, che abbiano un forte legame con il territorio, con le sue risorse e le sue relazioni. sarà un lavoro attento alle micro relazioni insite nella natura. la natura è fatta di micro spostamenti che danno a tutti possibilità di vita. l’industria del futuro sarà un industria molto piccola, molto vicina alla bottega artigianale di una volta, in cui le relazioni e le sperimentazioni saranno all’ordine del giorno, in cui la componente umana sarà importantissima. anche perchè la deriva che abbiamo preso fa sì che la moneta e l’economia globale, non avendo più radici siano intangibili, astratte e completamente slegate dalla realtà. alla borsa di chicago battono il valore delle arance italiane, da pazzi! ricordate il film “una poltrona per due”?

“una poltrona per due”, quello con eddie murphy? mmm.

rivedetelo. quando eddie murphy, che interpreta un ex mendicante di colore, viene portato davanti alla borsa di new york nota il prezzo della pancetta e dice qualcosa tipo “aspettiamo a vendere le quote della pancetta perchè siamo sotto natale e tutti quanti vorranno mangiarla e festeggiare con i propri cari.” eddie murphy stava ingenuamente affermando che il prezzo della pancetta sarebbe stato obbligato a salire. il denaro non è la pancetta, ma le relazioni! devono capirlo i “decisori”. sopratutto il decisore più potente: il consumatore. se i consumatori avessero la consapevolezza della propria importanza nella società tutti sarebbero obbligati a seguirli. sarebbe un’ondata di coscienza fortissima che cambierebbe tutto.
è importante ributtare i piedi a terra, mettere delle radici, sentire le stagioni, capire che le fragole non si mangiano in inverno e che la spesa non si deve fare al supermercato dove tutto è possibile: “yes, we can”. il supermercato non è un posto in cui fare la spesa ma è una banca: quando esci dal supermercato hai appena pagato un prodotto che verrà pagato al produttore tra sei mesi o un anno. l’interesse non è rivolto alla qualità del prodotto ma alla quantità di denaro incassato. una ricerca di qualche anno fa diceva che il 70% del cibo europeo è gestito dalle 7 sorelle del cibo: auchan, coop, carrefour, conad, selex, esselunga e despar. tendenzialmente sono francesi e non a caso la francia ha un territorio devastato da questa economia basata sui supermercati. noi ci salviamo ma dobbiamo fermarci prima che sia troppo tardi. il supermercato ammazza il negoziante e le relazioni del territorio.

i supermercati uccidono anche la biodiversità.

uccidono tutto, perchè hanno una piattaforma logistica secondo la quale si acquistano e si immettono prodotti sul mercato solo secondo logiche commerciali. un limone sa di zucca e l’uva sa di limone. sembra il “paese dibengodi” di boccaccio, in cui tutto è possibile. ora al posto dell’agroalimentare e dell’agricultura c’è l’agroindustria, cioè la terra che diventa industria. in più la globalizzazione, forzando la creazione di grandi concentrazioni industriali, fa sì che vengano deturpate intere aree vergini dei paesi in via di sviluppo. come fa la apple per esempio.

(ridiamo, indicando il pacchetto “macbook + i phone” sulla scrivania).

purtroppo è vero, la apple è costruita intorno ad un sistema incredibilmente chiuso. inoltre il paradosso è che fuori dai cancelli della foxconn (azienda cinese che assembla i telefoni della apple, ndr) c’è la coda per farsi assumere e poi la gente, una volta assunta, durante il turno va sul tetto e si suicida. la gente fa la coda per suicidarsi! siamo nel mondo della paranoia e le grandi industrie devono chiudere. dobbiamo ridimensionarle e cambiare direzione. d’altronde una grande nave - schettino a parte, (ride) – impiega molto più tempo ad effettuare una manovra di virata, che una più piccola ed agile. questa è la flessibilità da perseguire: aziende piccole con maggiore capacità di guardarsi intorno e di inserirsi in relazioni che cambiano di continuo. in più le grandi aziende sprecano grandi risorse energetiche e di materiali, mentre il lavoro sul territorio utilizza le risorse giuste, poiché produce per le giuste necessità della gente.

le aziende sono solite affidare le mansioni gestionali agli ingegneri o agli economisti. è difficile immaginare che sia il designer ad occuparsi di questi argomenti.

il designer è colui che ha la nuova visione. l’ingegnere gestionale serviva quando si facevano i grandi numeri. le aziende hanno fatto fortuna grazie aidesigner (castiglioni, zanuso, mari) che hanno messo a disposizione la loro diversa e itinerante sensibilità culturale. la vera capacità del designer è di saper osservare la società, le tecnologie, le innovazioni al fine di farne una sintesi efficace. in questo momento il designer deve saper andare controcorrente nel modo giusto. noi personalmente siamo andati molto controcorrente, tanto che fino a qualche anno fa ero chiamato ingegnere ambientale. noi riprogettiamo i processi produttivi e quando questi nuovi processi saranno messi in atto, daranno dei risultati. ma se non cambiamo i processi produttivi non cambieremo mai. se non smetti di rubare, non sarai mai onesto ed essere un po’ meno ladro, non vuol dire non esserlo.

noi stiamo portando avanti questo progetto che si chiama “fronte di liberazione dei designer. la domanda che siamo soliti fare è: ildesigner cambia ruolo o continua a disegnare menate?

beh. le menate le hanno sempre e solo disegnate gli stilisti. io ritengo che ildesign abbia sempre rispecchiato molto bene la realtà e la società e abbia la capacità di influire positivamente sul cambiamento.

quindi il design si sta già “liberando”?

credo di sì. io ho fatto uno sforzo mostruoso in questo senso. gli ultimi 15 anni, in cui abbiamo teorizzato l’ approccio sistemico, sono stati mica da ridere. tutti mi guardavano come fossi un matto. ora però ci danno ragione.
un esempio tangibile è il salone del gusto, del quale sono responsabile scientifico dal 2006: l’approccio sistemico ha fatto sì che i rifiuti passassero da 188 a 156 tonnellate in quattro anni e quelle di CO2 da 1600 a 950. quest’anno vorremmo arrivare a 130 tonnellate di rifiuti e 570 di CO2. sarebbero più di mille tonnellate di CO2 in meno rispetto al 2006! il tutto a fronte di una crescita esponenziale di visitatori e espositori. siamo riusciti a far sviluppare la sensibilità alla collaborazione tra le aziende che ora vivono vere e proprie relazioni. all’inizio è stato difficile, perchè quando mando i miei giovani collaboratori da soli a parlare con le aziende, la risposta che ricevono è sempre “son tutte balle”. fuori è il denaro che comanda. ora dopo dieci anni di ricerche, casi studi a non finire, iniziamo ad avere un peso forte. inoltre la crisi sta mordendo e si stanno palesando alcuni problemi che fino a qualche anno fa erano difficili da fare immaginare alle aziende e allora ci dicono “forse quel tuo approccio lì, non è mica poi tanto stupido!”.
stiamo anche registrando un notevole aumento delle iscrizioni alla laurea magistrale in ecodesign, che è unica al mondo. credo che gli studenti, come la società, si rendano conto che la scienza dei materiali, della meccanica, della gestione, del marketing, senza un obiettivo di progetto non possano esistere. abbiamo cambiato il paradigma del design in base alle relazioni ed in base alle regole della natura – io non ho mica inventato niente, ho solo assecondato la natura –. è questo che tutti iniziano a capire.

quindi è questo il nuovo “buon design” italiano?

designer per liberarsi devono lavorare sulle relazioni, sulla collaborazione e, soprattutto, sulla multidisciplinarietà, che è una caratteristica fondamentale. i problemi si risolvono rivolgendosi a diverse competenze e un buon progettista deve saper coniugare tecnologia, materiali, società, economia. il designer è come una macchina fotografica con il fisheye, mentre tutti gli altri sono cavalli con il paraocchi. il designer deve avere la capacità di mettersi in un’altra angolazione e rielaborare, perchè innovare non significa cambiare tecnologia, ma cambiare il modo di guardare le cose. d’altra parte picasso con il cubismocos’ha fatto? ha preso una persona e le ha fatto il giro attorno ed ha sintetizzato in una figura la presenza contemporanea di più punti di vista. e tutti gli davano del pazzo! io ritengo che il buon designer sia colui che progetta guardando la realtà sotto tutte le sue diverse dimensioni.

ci ha convinti. ma quanti dei suoi studenti sono disposti a seguirla?

tantissimi. ieri ho incontrato una ragazza del kyoto club la quale, su consiglio di gunter pauli, mi chiedeva nozioni sulla metodologia del nostro approccio che vorrebbero adottare. io ho detto loro: fate pure. sono pagato dalla società per dare una visione diversa sul mondo, se voglio cambiarlo mica posso tenere per me queste nozioni! io ho un’equipe di lavoro composta da trenta persone, all’interno della quale sta nascendo il progetto officine sistemiche. ho aperto anche la fondazione approccio sistemico per avere la possibilità di attrarre capitali e fare in modo che i nostri progetti possano essere sviluppati e che ci siano dei giovani che possano lavorarvici. è molto importante che questi ragazzi lavorino in autonomia perchè sennò farei il papà. Al massimo posso esserlo culturalmente, ma le decisioni devono prenderle autonomamente. io stesso, arrivato ad un certo punto, ho detto ai miei genitori quello che avrei voluto fare e, di fronte ai loro dubbi, ho risposto: “mi avete messo al mondo per quale motivo? se facessi quel che fate voi sarei uno zimbello nelle vostre mani. mi avete dato la vita, un’educazione, delle possibilità per cui vi ringrazio, ma devo viverla adesso”.

dobbiamo avere il coraggio di fare una scelta diversa?

se non si fanno scelte, non si fanno errori. se non si fanno errori, non si cresce!

Si incomincia finalmente a parlare delle tesi sistemiche e del design sistemico il cui precursore è il Prof. Bistagnino del Politecnico di Torino. Tesi perfettamente sposate da Opereaperte:

la natura è ciclica i processi devono essere ciclici. Per noi quindi la rete sistemica si basa sulla cooperazione tra soggetti di tipo diverso – come tra le specie in natura la cooperazione è più importante della competizione – e fa quindi in modo che il rifiuto di un processo produttivo diventi la risorsa per un altro, evitando così di sovraccaricare l’(eco)sistema di oggetti di scarto eventualmente da riciclare.

leggi l’articolo: ”Un futuro ad economia circolare”

 

SOLD OUT

Posted: 21st dicembre 2012 by admin in News

Grazie a tutti per la giornata di ieri. Buone Feste.

Torino, 18 dicembre 2012

  • Comunicato stampa –

20 dicembre dalle ore 12 alle ore 18.30 in vendita gli oggetti del laboratorio presso gli spazi di Galliano Habitat in via Pietro Micca, 12 a Torino

La creatività come veicolo di salute mentale grazie ad ago, filo, tessuti di scarto e tanta fantasia.

Questi gli ingredienti della prima linea sartoriale del Re(f)Use Lab, primo laboratorio sistemico interattivo che verrà inaugurata domani pomeriggio dalle 12 alle 18, negli spazi esclusivi di Galliano Habitat, in via Pietro Micca 12 a Torino.

Stoffe e fili scartati, stock di magazzino obsoleti, tessuti di campionario destinati all’oblio sono stati reinterpretati, all’insegna dell’up-cycling, in una linea di design esclusiva realizzata attraverso un processo creativo riabilitativo dove nulla si distrugge e tutto si ricrea.

Così grazie al lavoro di persone in percorsi di ri-abilitazione, sarti esperti e designer professionisti drappi e materiali di scarto sono divenuti tovagliette, oggetti per la casa, piccoli bjoux, portachiavi ma anche borse e custodie per l’Ipad e tanti articoli utili nella vita quotidiana e perfetti come doni natalizi originali ed etici.

Il ricavato della vendita verrà interamente utilizzato per pagare gli stylist, ed i sarti che hanno realizzato gli oggetti, e per finanziare ulteriori iniziative che utilizzano la creatività e il recupero come strumento di riabilitazione.

Durante l’inaugurazione verrà presentato a tutte le associazioni piemontesi #GIUSTOPERTE servizio di ascolto, assistenza ed informazione e orientamento alla ‘rete’ dei Servizi socio-sanitari locali.

L’idea di reinventare e riutilizzare gli oggetti come strumenti di cura e salute è di Opereaperte, la prima rete di imprese – tutte piemontesi – in grado di riunire la realtà della riabilitazione (Progetto du Parc di Torre Pellice e Blu Acqua) con l’eccellenza dell’arredamento (Galliano Habitat). 

 

Ecco alcuni arredi e alcuni oggetti costruiti dal Re(f)use Lab per il Poliambulatorio di Rivoli.